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Il liceo Agostino Nifo: dove l’arte si fa comunità e territorio

A Sessa Aurunca, una “scuola dai muri di vetro” trasforma la pedagogia in produzione culturale viva.

Esiste un luogo, nel cuore dell’alto casertano, dove la distinzione tra aula e bottega, tra studio teorico e gesto creativo, sfuma fino a scomparire. È il Liceo “Agostino Nifo” di Sessa Aurunca, un presidio di cultura che sotto la guida del dirigente Giovanni Battista Abbate ha scelto di ridefinirsi come una vera e propria comunità artistica e intellettuale.

In questo spazio, l’arte non è una materia da sfogliare sui manuali, ma un processo sociale, un esercizio di ascolto e una pratica quotidiana che coinvolge studenti, artisti e territorio.

Una scuola senza muri: il metodo del laboratorio

Il cuore pulsante di questo “luogo d’arte” è la filosofia della trasparenza. Abbate parla spesso di “muri di vetro”: una metafora potente che descrive una scuola capace di lasciarsi guardare dall’esterno e, allo stesso tempo, di proiettare lo sguardo dei suoi studenti verso il mondo.

Il modello di riferimento è il laboratorio, mutuato dall’indirizzo artistico ma esteso a ogni disciplina. Nel laboratorio del “Nifo” la relazione tra docente e studente è orizzontale: si “fa” insieme e l’errore diventa una tappa necessaria della creazione.

I linguaggi del Nifo: le declinazioni della cultura viva

Per comprendere come questa comunità produca arte, bisogna guardare ai suoi indirizzi, ognuno dei quali rappresenta una diversa “officina” di pensiero e azione:

  • Liceo artistico: situato nella sede di Cascano, è il luogo dove l’arte si sporca le mani. Qui la creatività diventa progetto attraverso le articolazioni in design dei metalli, dell’oreficeria e del corallo, della ceramica e della moda. È il punto d’incontro tra la storica tradizione artigiana locale e l’estetica contemporanea.
  • Liceo musicale e coreutico: la scuola risuona di note e passi di danza. Questi due percorsi (musicale e coreutico) insegnano che l’armonia e il movimento richiedono un rigore assoluto e una capacità d’ascolto profonda. È l’indirizzo dove l’arte si fa corpo e vibrazione.
  • Liceo classico: è il luogo della memoria che si fa presente. Lo studio delle civiltà classiche e delle lingue greca e latina non è inteso come erudizione fine a se stessa, ma come strumento critico per decodificare la complessità della realtà moderna.
  • Liceo scientifico: qui la creatività si applica alla logica. Con l’opzione scienze applicate, il potenziamento in intelligenza artificiale e la curvatura biomedica, la scienza viene vissuta come una continua ricerca, un “laboratorio di pensiero” che dialoga con le sfide tecnologiche del futuro.

L’arte come linguaggio di relazione

Perché inserire un liceo nella mappa di Locis Artis? Perché qui l’arte è intesa come il linguaggio trasversale per eccellenza.

“Non è l’uomo che semplicemente fa arte. È l’arte che contiene l’uomo.”

In questo ecosistema, suonare in un’orchestra, disegnare un gioiello o recitare su un palco non è solo esibizione, ma un atto di coordinamento collettivo. È in questa dinamica che i “talenti invisibili” — quei ragazzi spesso definiti difficili — trovano il modo di trasformare la propria sensibilità in espressione pura.

Tradizione in movimento

Intitolato al filosofo rinascimentale Agostino Nifo, il liceo non custodisce il passato come una reliquia. La tradizione, in questo angolo di Campania, “arricchisce camminando”. Oggi questo luogo è un punto di snodo internazionale: grazie a una visione che rompe le divisioni tra saperi, il liceo collabora attivamente con la Società Filosofica Italiana e con università globali.

Dare voce al mondo

In definitiva, il Liceo Nifo si propone come un luogo dove l’educazione coincide con il ritrovamento della propria voce. Attraverso l’arte e l’ascolto, gli studenti smettono di essere fruitori passivi di nozioni per diventare artefici di cultura, pronti a interpretare e attraversare il mondo con uno sguardo nuovo.

https://www.agostinonifoconvitto.edu.it

L’ARTE DI FAR NASCERE LE IDEE

Tra le pareti di casa e i confini del foglio: quando il salotto diventa una bottega rinascimentale per le nuove generazioni.

Di Anna Maria Riccetti

Abitare il Segno: fenomenologia dello sguardo in una “bottega contemporanea”

Esiste un vuoto che precede ogni gesto creativo: è il silenzio della consapevolezza. Come docente d’arte, mi trovo ogni giorno davanti a ragazzi che portano addosso un’eredità di sensi e di memorie che non sanno ancora di possedere. Il mio compito è abitare quel vuoto: farmi interprete tra il loro vissuto e il loro segno. Non sono lì per aggiungere nozioni, ma per colmare la distanza tra il sentire e il vedere. Agisco per dare un nome a un background che altrimenti resterebbe muto, trasformando una dote inconsapevole in uno sguardo critico. Perché l’arte non nasce dal nulla, ma dalla capacità di riconoscere ciò che abbiamo già dentro.

Nel panorama della formazione contemporanea, l’azione del docente non può limitarsi all’indottrinamento tecnico; deve configurarsi come una vera guida all’osservazione. Stimolare la produzione artistica nei ragazzi significa, innanzitutto, operare una decostruzione sistematica: sottrarre lo studente all’automatismo iconografico per restituirlo all’autenticità del reale. L’obiettivo non è l’esecuzione di un tema, ma l’attivazione di un processo volto a riscoprire la visione diretta prima ancora di tentare la traduzione in segno.

Dallo stereotipo alla visione: la rottura dello schema

Spesso i ragazzi non disegnano ciò che osservano, ma immagini stereotipate — la casa, l’albero, le nuvole — forme preconfezionate sedimentate nella memoria dall’infanzia. È la “prigione iconografica” che sostituisce l’esperienza sensoriale.

Per rompere l’incantesimo, la lezione inizia con una provocazione: chiedo di disegnare un albero alla lavagna. Il risultato è il solito rettangolo sormontato da un cerchio. Allora li esorto a porsi davanti alla finestra. Di fronte alla morfologia reale di un tronco, lo schema crolla. In quel momento chiedo: “Che cosa abbiamo utilizzato per osservare meglio?”. La risposta è la vista, e da lì parte il dialogo che smonta il meccanismo per approdare a una riappropriazione dello sguardo consapevole.

Ma l’esperienza sensoriale che ci permette di conoscere il mondo non nasce dalla vista, che si sviluppa più tardi: da piccolissimi il bambino esplora il reale attraverso gusto e tatto, primi strumenti di conoscenza, e solo successivamente integra vista, udito e parola. È questa rete sensoriale che costituisce il terreno su cui si fonda il gesto creativo: la percezione non è mai isolata, ma un ordito vivo di esperienza che prepara la mente e il corpo al segno.

Sinfonia dei sensi

Per recuperare la verità del segno, interrogo i ragazzi sulle loro modalità di approccio al reale, risalendo alla gerarchia sensoriale dell’infanzia. In questa prospettiva, i sensi non sono semplici ricettori passivi, ma strumenti epistemici con cui si costruisce conoscenza del mondo — non nel senso di una sommatoria di dati, ma come apprendimento di ciò che ci circonda nel suo insieme organico, in tutte le sue relazioni più sottili. La percezione diventa allora materia viva di pensiero e azione: un sapere che non si limita a registrare, ma che mette in gioco e trasforma il soggetto conoscente nella pienezza della sua esperienza sensibile.

Propriocezione e spazio

Una volta maturata la consapevolezza che sono i sensi a fondare l’esperienza del reale, la riflessione si apre alla dimensione della propriocettività e dello spazio: è qui che invito i ragazzi a misurarsi con l’arte come campo di indagine, sollecitandoli a trasformare la percezione del corpo e del suo orientarsi nel mondo in elaborati capaci di rendere visibile l’invisibile trama che lega gesto, coscienza e ambiente.

La consapevolezza dello spazio ha la sua origine nel seggiolone, quando il bambino lascia cadere gli oggetti che non ritornano indietro: è il primo apprendimento delle relazioni di sopra e sotto, vicino e lontano, davanti e dietro. Gattonando, questa consapevolezza si estende, e il bambino comincia a orientarsi, a muoversi e a misurare lo spazio che abita. Li rendo consapevoli di questa origine del loro orientamento. In aula recupero questa memoria primaria e la trasformo in un grande foglio bianco dove gli alunni diventano punti viventi. Muovendosi nello spazio e fermandosi al segnale, interiorizzano le direttrici spaziali e comprendono come il loro orientamento trae origine da quel primo contatto con la gravità e il movimento. Solo vivendo fisicamente questa esperienza possono trasferirla sul piano grafico. La grammatica nasce dall’esperienza incarnata: il corpo, prima ancora della matita, è lo strumento originario della conoscenza visiva.

Gli elementi della grammatica visiva: dal punto al volume

Solo su questo terreno fertile si può innestare la teoria. Il Punto, in questa sede, smette di essere l’astrazione geometrica di Euclide per farsi entità fisica: ha peso, intensità e vibrazione a seconda dello strumento — sia esso la punta dura di una matita o la morbidezza di un pennello. Il gesto grafico non è mai neutro, è una traccia esistenziale.

La Linea si rivela allora, secondo la felice intuizione di Paul Klee, come “un punto che va a fare una passeggiata”. È movimento puro, ritmo che si dipana nello spazio finché, chiudendosi, non genera la Forma. In questo modo, i ragazzi comprendono che tutto ciò che ci circonda non è “dato”, ma è costruito da linee di forza che loro stessi hanno imparato a percepire. Per rendere tangibile questo passaggio, utilizzo il foglio lucido sovrapposto a una fotografia. Gli studenti ricalcano selettivamente i contorni e scoprono che ciò che vedono è una trama complessa di linee diverse. È la linea che costruisce la forma, non il contrario.

Infine, interviene il Colore. Il colore non riempie semplicemente una sagoma: la trasforma. Introduce temperatura, profondità, vibrazione emotiva. Attraverso il colore, la forma acquista corpo e atmosfera, e lo studente comprende che la realtà visibile è un sistema di relazioni cromatiche prima ancora che di oggetti isolati.

Luce e volume

È solo dopo aver decodificato la grammatica primaria che l’itinerario conduce alla conquista della terza dimensione. L’osservazione si fa analisi rigorosa: attraverso l’esercizio del chiaroscuro, lo studente apprende a modulare luce e ombra. La matita si trasforma in strumento capace di restituire volume alla forma, permettendo all’oggetto di emergere dal piano del foglio. Questa padronanza tecnica non è fine a sé stessa, ma l’evoluzione necessaria dell’osservazione per dare corpo reale alla percezione.

Traccia consapevole

In questo percorso — dalla finestra al corpo, dal punto al colore, dal chiaroscuro al volume — lo studente smette di essere mero esecutore e diventa interprete. Liberato dallo stereotipo, sviluppa un metodo personale di indagine e di narrazione. Il gesto artistico non è più ripetizione rassicurante di un modello, ma testimonianza irripetibile di una visione unica, il segno tangibile di chi ha imparato ad abitare e comprendere il mondo con piena consapevolezza sensoriale, spaziale e critica.

“L’arte non nasce dal nulla, ma dalla capacità di riconoscere ciò che abbiamo già dentro: il mio compito è colmare la distanza tra il sentire e il vedere.”

@ManodOpera: Il Sogno della Bottega Domestica

C’è sempre stato un sogno, prima ancora del progetto: una bottega artistica nel rione in cui si vive, non come spazio elitario ma come luogo di appartenenza. Un posto dove entrare senza bussare, condividere idee davanti a un caffè o a una merenda improvvisata. Un presidio culturale minimo e necessario.

Da questo desiderio nasce @ManodOpera. Il gruppo prende forma nel giugno 2023 come laboratorio artistico e comunità di pratica, animata da ex allieve tredicenni che hanno scelto di non interrompere il cammino iniziato a scuola. Poiché le ore frontali non bastavano a contenere l’urgenza di creare, il laboratorio si è trasferito nel mio salotto: uno spazio ibrido che è insieme dimora, studio e luogo di incontro.

Varcare quella soglia significa ritrovare un rifugio familiare. Le ragazze si liberano delle scarpe, lasciando che i piedi tocchino il pavimento come radici leggere — un segno di confidenza e appartenenza totale. Si siedono a terra, leggono, parlano, ridono. Come nelle botteghe rinascimentali, il dialogo è l’ossatura del gruppo: un cum-versare, un girare insieme che facilita la comprensione e accoglie persino il conflitto come occasione di crescita.

Dalla teoria alla performance: “La guerra di tutti”

L’efficacia di questo metodo si è manifestata concretamente nell’opera “La guerra di tutti”, nata per una mostra collettiva alla Pinacoteca di Gaeta. Il processo è stato lungo e condiviso, alimentato da videochiamate estive e incontri settimanali.

Abbiamo lavorato sul concetto di specchio: uno strumento mai neutro, fatto di frammenti e rifrazioni. In questa performance, lo specchio è diventato un campo di battaglia dove corpo e realtà si frantumano. Ogni scheggia è un grido silenzioso che restituisce le guerre invisibili subìte dai fragili. Lo specchio rotto della notizia, del potere e della moneta riflette un mondo deformato; guardarlo significa assumersi la responsabilità di ricomporre la narrazione, riconoscendo le crepe come parte della verità.

Una scommessa sociale e creativa

Si può ancora sognare? Si può immaginare? Sono domande che attraversano chi crede che l’immaginazione non sia un lusso, ma una necessità formativa. L’accesso alla cultura artistica è una scommessa sociale decisiva. Nell’arte i giovani trovano uno specchio della complessità del mondo, imparano a leggerlo con pensiero critico ed emozioni creative.

Nel mio piccolo, ci provo. @ManodOpera è questo: una bottega contemporanea e domestica dove l’arte non si consuma, ma si costruisce. È la dimostrazione che, quando si coltivano menti aperte e si offre uno spazio autentico di ascolto, i ragazzi sono capaci di lanciarsi in avventure dello spirito straordinarie, trasformando il segno grafico in una testimonianza irripetibile di vita consapevole.

Nota biografica

Anna Maria Riccetti, formatasi tra il Liceo Artistico di Cassino e l’Accademia di Belle Arti di Roma, sviluppa una ricerca pittorica materica e concettuale. Docente d’arte, collabora stabilmente con il Museo Archeologico di Formia e la Pinacoteca di Gaeta. Con la fondazione di @ManodOpera nel 2023, ha dato vita a un ecosistema educativo dove i giovani artisti possono dialogare, sbagliare e crescere insieme, disegnando oggi i paesaggi culturali di domani.

MERCANTIA

Il corpo, il borgo, il sogno

di Vilma Bieniek

Ph. Pistolesi

Ogni estate, il borgo medievale di Certaldo (FI) si trasforma in un grande teatro a cielo aperto grazie a Mercantia, il festival italiano del Quarto Teatro. Per cinque giorni, il borgo si anima di arte performativa e cultura, con decine compagnie e centinaia di artisti italiani e internazionali che riempiono le strade, le piazze, i giardini e le cripte di spettacoli, performance aeree, danza, giocoleria, clownerie, musica e installazioni artistiche.

ph. Mauro Donati
ph. Mauro Donati
ph. Mauro Donati

Il fascino di Mercantia sta nella sua capacità di far diventare il pubblico parte integrante dello spettacolo. Ogni angolo del borgo, dai giardini segreti alle terrazze panoramiche, dalle piazze alle cripte medievali, diventa palcoscenico: un percorso immersivo dove l’arte si intreccia con la storia e con la vita quotidiana del borgo, creando un’esperienza sensoriale e narrativa unica.

Un elemento distintivo del festival è il dialogo tra arte e artigianato. Oltre ai performer, Mercantia ospita numerosi artisti e artigiani che mostrano le tecniche tradizionali e contemporanee: lavorazione dei metalli, modellazione dell’argilla, intaglio del legno, uso delle erbe palustri e molto altro. Questo intreccio tra corpo, materia e creatività permette al pubblico di assistere a un racconto vivo, dove ogni gesto manuale e ogni performance diventano parte di una narrazione corale.

ph. Manrico Tiberi

Il festival celebra anche la storia e la cultura del borgo: ogni edizione rende omaggio a figure emblematiche come Giovanni Boccaccio, il celebre autore del Decameron, e altri protagonisti della tradizione letteraria e artistica. Le novelle prendono vita tra installazioni e performance site-specific, trasformando le strade di Certaldo in un museo vivente, dove passato e contemporaneità dialogano in modo poetico e sorprendente.

Ph. Vulcano

Mercantia propone un programma ricco e variegato: prime nazionali, spettacoli internazionali, musica e danza, parate e performance collettive che rendono ogni edizione unica. L’evento si conclude con un grande corteo finale, dove musicisti, acrobati e performer uniscono le loro arti in un attraversamento corale del borgo, regalando al pubblico un’esperienza indimenticabile.

Ogni anno, Mercantia conferma la sua capacità di trasformare Certaldo in un luogo dove l’arte e la cultura diventano esperienza condivisa, intrecciando storia, innovazione, tradizione e comunità in un racconto che attraversa il tempo e parla a visitatori di ogni età e provenienza.

ph. Manrico Tiberi
Ph. Bianchi
ph. Mauro Donati
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